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"L'arbitro, mio fratello maggiore" E-mail
Rassegna stampa
Scritto da Segreteria   
Sabato 09 Febbraio 2019 10:59

C’è chi ha dovuto recuperare il capitano mentre, nel corso della gara, aveva lasciato il campo per appendersi ad una siepe dietro la porta. Un altro arbitro veniva richiamato con insistenza da un braccio alzato non per fischiare il fuorigioco ma perché troppo piccolo per allacciarsi le scarpette da solo.

E poi chi, durante il riconoscimento prima della partita, per richiamare l’attenzione dei più distratti chiede chi ha preso il voto più alto durante la mattinata a scuola. Scordate quarto uomo, Var e moviola. Qui l’obiettivo è dirigere per educare. Si, perché da sempre il Centro Sportivo Italiano non inizia una partita senza il suo arbitro. Una figura essenziale non solo nelle vesti di regolatore, ma piuttosto una spalla delle società sportive: i regolamenti cuciti su misura di bambino, infatti, devono essere accompagnati dalle spiegazioni dei “fischietti”.

E il feeling con gli allenatori negli ultimi anni è notevolmente aumentato. «La presidenza provinciale – dice il designatore e arbitro nazionale Csi Pino Sanna – ha fatto passare il concetto che siamo tutti impegnati del percorso educativo dei bambini. Questo compito spetta ai genitori, ai tecnici e alle loro società sportiva ma anche l’arbitro ha parte attiva in questo processo: una frase di incoraggiamento, un complimento per la bella parata ma anche il monito affinché un certo atteggiamento non sia ripetuto se non in maniera involontaria». In Csi si è creato il giusto mix tra chi arbitra da sempre e chi, invece, ha scelto questo ruolo dopo essere stato, per anni, dall’altra parte della barricata. «Dopo anni di calcio giocato e di panchina – dice Paoletto Dessanti, ex Sorso ai tempi di Amarildo – negli ultimi anni ho trovato la mia vera dimensione nel ruolo di educatore Csi, come del resto altri miei ex compagni come Cenzo Melis e Alfredo Pala. Conosco i bambini, sono un insegnante di educazione fisica. Loro vogliono solo giocare e divertirsi, essere lasciati in pace dalle tribune ma anche dalle panchine. Noi dobbiamo solo divertirci insieme a loro, intervenire quando necessario per far capire cosa va bene in campo e cosa no. Solo così potremmo avere un domani uomini rispettosi dell’avversario e, ovviamente, dell’arbitro».

Il Csi ha bandito l’improvvisazione non solo nella categoria allenatori (obbligatorio il patentino dal 2020), ma anche per la direzione delle gare. «È un compito molto delicato – dice il formatore e arbitro nazionale Csi, Marco Deiana – non possono farlo tutti. Servono una perfetta conoscenza del regolamento ma anche pazienza ed empatia. Una volta al mese ci ritroviamo tutti insieme per aggiornare le nostre competenze e raccontarci le esperienze più significative. Lavoriamo in aula e in campo, anche con l’ausilio di psicologi dello sport. I bambini ci scrutano con attenzione e ascoltano le nostre parole. Non possiamo permetterci di farci trovare impreparati».

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